mercoledì 11 gennaio 2017

L'astro nascente?

Nel palinsesto del motociclismo, tutti sono sempre alla ricerca del miglior mezzo e del miglior risultato, come giusto che sia. Alcuni nella storia hanno legato romanticamente il loro nome ad una casa motociclistica, basti pensare a Troy Bayliss e Ducati (l’unico pilota a vincere 3 mondiali SBK con 3 Ducati diverse). Alessio Toffanin sta vivendo una fantastica carriera sotto lo stemma della casa di Iwata, partendo dal trofeo Yamaha R6 fino alla vittoria della Bridgestone Cup nella categoria assoluta.

Alessio Toffanin, nella tua carriera hai guidato di tutto, ma quando è iniziato tutto?

Tutto è iniziato nel 2010 a Vallelunga, dopo un anno di apprendistato, il 2009, corso da amatore nelle giornate di prove libere in cui giravo con la mia R6. L’R6 appunto, un acquisto dopo anni di sacrifici e un sogno che si era realizzato, preparata da me stesso per la pista nella officina dove al tempo lavoravo e che mi ha spinto a provare anche se in tarda età per il mondo del motociclismo (all’epoca avevo 24 anni) a disputare un campionato di velocità su pista.

Le tue prime gare su Yamaha R6 risalgono al 2010. In quale categoria correvi?

Le mie prime gare risalgono al 2010, l’anno del mio debutto nel trofeo monomarca gestito da Yamaha, l’R6 Cup, all’interno del contesto del CIV (Campionato Italiano Velocità). Il trofeo secondo me era molto valido, perché offriva un ottimo pacchetto iniziale ed una moto che andava e va davvero forte.

Negli anni successivi, sempre su R6, hai affrontato campionati sempre più blasonati e difficili. Quali?

Negli anni successivi ho partecipato prima al Trofeo Bridgestone classe 600, concludendo la prima stagione, nel 2011, ad un soffio dalla vittoria assoluta, persa per pochi punti, per poi passare nel 2012 e 2013 due stagioni un po’ più difficili. Nel 2014 sempre su R6 ho partecipato e vinto il monogomma Michelin Power Cup, categoria 600 ovviamente.

Poi il passaggio alla yamaha R1. Come si comporta? Quali sono i suoi pregi e, se ci sono, difetti?

Il passaggio all’R1 dalla R6 non è stato particolarmente impegnativo, perché secondo me ciclisticamente sono molto simili come reazioni; ovviamente la differenza principale sta nel gestire la maggior potenza e coppia della moto, ma in questo l’elettronica penso aiuti molto in questo salto di categoria, soprattutto rispetto a qualche anno fa.

La stagione attuale ti ha visto impegnato nella Bridgestone Cup su R1. Le coperture giapponesi quali pregi e difetti hanno?

Pregi e difetti delle Bridgestone sono principalmente i vantaggi e gli svantaggi rispetto a gomme più performanti, come ad esempio le Pirelli e nello specifico le Bridgestone vantano una durata notevolmente superiore in termini di durata rispetto a Pirelli che ovviamente viene pagata nella performance assoluta nel tempo sul giro. Le reputo delle ottime gomme sotto tanti profili e che si adattano molto bene a tante situazioni (temperatura, grip dell’asfalto ecc…) e molto intuitive.

Non solo CIV, ma anche endurance. Cosa ti piace di questo format?

La 24Ore di Le Mans mi rimarrà nel cuore perché è stata davvero un qualcosa di unico, sia per l’affiatamento della squadra che per il contesto in cui si corre, dove ho potuto imparare tanto, confrontandomi con piloti molto forti, in condizioni climatiche davvero estreme. Il Team No Limits, unica squadra italiana a partecipare al mondiale è composto da persone veramente appassionate e che ci mettono tutte loro stesse per arrivare a portare a casa gli obbiettivi. Il calore del pubblico presente durante tutta la settimana della gara è stato qualcosa di incredibile. Tutto questo mi è rimasto impresso.

La 200 miglia del Mugello è altrettanto appassionante? 

La 200 Miglia rispetta solo in parte lo spirito dell’endurance, la vedo più come una gara sprint e molte regole dell’endurance vera non vengono seguite, ma plasmate per questa corsa, che comunque rimane un ottimo evento per creare coesione e forza di squadra tra molti piloti che spesso nei vari campionati nazionali si corrono contro e che in questo contesto invece si uniscono per portare a casa il risultato migliore.

Il tuo 2016 come lo potresti definire?

Definisco il mio 2016 l’anno più bello da quando corro probabilmente, perchè quello in cui sono stato costantemente veloce e in cui ho sbagliato meno.

Il 2017 cosa ti porterà?

Per il 2017 i piani non sono ancora definiti e aspetterò almeno l’inizio del prossimo anno sul da farsi. Progetti in ballo sono sempre tanti, staremo a vedere.

La carriera di Alessio ha avuto una partenza verticale, grazie al suo talento e al feeling che è riuscito ad ottenere fin da subito con la Yamaha R6. Probabilmente, è stato capace di capire la filosofia della supersportiva giapponese, tanto da rendere più facile il passaggio dalla 600 alla 1000. Non tutti i piloti riescono ad ottenere risultati del genere, per cui è buona cosa seguire questo pilota: potrebbe essere una rivelazione nell’endurance e nel nostro campionato tricolore.