lunedì 20 febbraio 2017

La seduzione che ti porta a Vivere

Nessuno sa il motivo per cui una persona decide di andare in moto: c’è chi lo fa perché attratto, chi lo fa perché vuole un mezzo agile per la città, chi invece vuole farsi bello al bar. Ma cosa spinge una persona a mettere in gioco tutto per fare delle gare sconosciute alla grande platee, con un coefficiente di rischio altissimo, senza delle vie di fuga paragonabili a quelle della pista? Le road race sono così, affascinanti e terribili come una femme fatale: ti guardano e ti colpiscono. A volte non serve nemmeno lo sguardo, basta una foto. 



Dario Cecconi, quando hai deciso di correre in moto?

L’idea ha iniziato a ronzarmi in testa nell’inverno del 2009, a 31 anni compiuti. Prima mi ero dedicato solo alle prove libere in pista, non avevo mai pensato di gareggiare proprio perché non avevo interesse a farlo in pista. Dopo il trasloco in Friuli sono stato portato da un gommista di Trieste, Daniele; lì ho visto una sua foto con la moto da corsa durante una salita del CIVS, mi sono informato e la cosa mi ha entusiasmato. Ho deciso che avrei provato l’anno successivo e così è stato.

Hai sempre corso nelle competizioni in salita oppure hai provato anche in strada?

Ho iniziato per strada con un cinquantino, mi serviva per andare a prendere il treno, nulla più, non ero interessato alle gare in TV o altro di quel mondo non lo conoscevo affatto; però guidare quell’affaretto scassato e vecchissimo mi piaceva, provavo ad andare sempre più forte. Da li è stato sempre un crescendo ma sempre e solo in strada, prima il 50 a marce, poi il tuareg 125, poi una custom 750 e finalmente nel 2001, con il mio primo stipendio una nuovissima GSX-R 600. Andavo a fare le sparate e ne ho combinate davvero tante che preferisco non raccontare. Fabio, il proprietario della concessionaria dove ho comprato la moto, mi ha portato in pista la prima volta, probabilmente mi ha salvato la vita! Li ho imparato quanto fosse pericolosa una strada aperta al traffico, e ho continuato a fare pistate con gli amici senza pensare alle competizioni fino appunto al 2009.

L’anno del debutto nel CIVS, il 2010 su Suzuki, come è stato?

Fantastico! Nonostante abbia un odio abbastanza viscerale per tutta la burocrazia, armato di santa pazienza ho ottenuto tutto quello che serviva per correre; l’esordio, lo ricordo come fosse ieri: furgone a noleggio, dentro un materasso, la moto, una cassetta degli attrezzi, niente generatore o termo, arrivato li senza conoscere niente e nessuno, sapevo solo che nella mia classe il numero uno era Curinga, mi ricordo l’espressione dei suoi occhi quando l’ho visto passare la prima volta mentre scaldava le gomme…è stato da brividi! 

Pensavo di aver imparato il tracciato dai vari onboard e ovviamente dopo due curve non ricordavo più nulla. Sono arrivato su dopo meno di due minuti che sembrava avessi corso una maratona…fiatone e tremante dall’emozione per aver appena completato la mia prima prova libera ufficiale…provato, e raccontandolo provo, solo tanta felicità!
Il resto della stagione mi ha visto cadere due volte, a Frosinone e a Bazzano, due errori stupidi ma che mi hanno aiutato molto a capire alcune cose sul controllo della moto. Ho conosciuto ad ogni gara nuovi amici, soprattutto Diego, Simona e Stefano che hanno fatto parte delle avventure irlandesi.  Sono migliorato su alcune cose, soprattutto ho scoperto che il bagnato mi piace, ma sono rimasto un po’ indietro su altre, ad esempio la percorrenza dei tornantini, il mio più grande punto debole un po’ ovunque.

Il 2011 hai cambiato mezzo, passato ad Honda, come mai? In un contesto così particolare quale il CIVS, quali sono le caratteristiche che deve avere principalmente il mezzo?

Il cambio di moto è stato a causa del mio esordio nelle road Race irlandesi. Una volta ricevuta la conferma dell’iscrizione alla Northwest ho scoperto, grazie a Simona, che le moto del 2006 erano troppo vecchie rispetto a quanto richiesto dal regolamento tecnico. Dopo una ricerca affannosa di 3 mesi, per fortuna, siamo riusciti entrambi a trovare un paio di CBR del 2009. L’ho pagato veramente poco (considerando l’imminente vendita del mio Suzuki) e ho sempre voluto provare Honda, è stata una bella esperienza anche se alla prima occasione sono tornato a Suzuki.
Il resto della stagione sono state tutte salite, ho avuto un paio di acuti sempre in presenza di pioggia e ho fatto anche un bel botto a Parma dove mi sono lesionato un menisco. È stato un errore stupido, a causa dell’inesperienza;  l’esperienza fatta  mi è servita poi in Irlanda in situazioni simili ma a velocità maggiori dove mi sono sempre salvato.
Credo che nel CIVS il mezzo conti molto meno rispetto ad altre competizioni, almeno al mio livello che và da metà classifica in giù, l’importante è che il mezzo sia sincero e prevedibile, devi concentrarti sulla strada e non sulla guida, sei così impegnato a cercare di ricordarti cosa viene dopo che spesso e volentieri non sfrutti ne tutta la strada ne tutta la manetta, in salita dura tutto pochissimo e devi essere pronto a fidarti fin dal primo stacco di frizione, come assetti invece ho notato di trovarmi meglio con assetti leggermente più duri rispetto a quello che uso in Irlanda, si parla sempre di settaggi morbidi rispetto alla pista.

Il 2012, sempre con Honda CBR600, ti sei avventurato nelle Road Race Nazionali, più precisamente alla Tandragee100. Come è andata?

Pensavo che la Northwes200 fosse dura, non avevo idea di quanto mi sbagliassi! In confronto ad una Road Race nazionale, quella è quasi come girare in pista. A Tandragee e nelle altre Road Race ci sono vere curve veloci tra terrapieni e muretti, lo scontro con gli altri piloti è molto più ravvicinato, i cambi di pendenza e i salti estremamente più impegnativi. Alla fine del primo giro sul furgone non credevo ai miei occhi, ci è voluto tantissimo autocontrollo e tantissimo impegno per riuscire a chiudere quella gara senza fare danni. I tempi sono piano piano scesi durante tutto il fine settimana, i problemi li avevo soprattutto nelle frenate secche tipo i tornanti e nei salti che, affrontati in 4-5 senza esperienza, mettono davvero alla prova! Ho notato invece che nei curvoni veloci me la cavavo bene e recuperavo un po’ di tempo, non abbastanza comunque da evitare di essere doppiato da Farquar e Dunlop nella prima gara. E’ stata un’esperienza a dir poco intensa. Sono rimasto in Irlanda per 3 settimane visto che poi ho bissato la partecipazione alla Northwest: vivere da “pilota” per tutto quel tempo è stato esaltante. La mattina relax, il pomeriggio riparavo la moto, visto che i salti di Tandragee l’avevano messa a dura prova, e la sera mi andavo a fare una paio di pinte al Joey’s.

Il 2013 è stato un anno molto denso di avvenimenti: Cookstown 100, Mugello e una nuova moto. Anno denso o anno da dimenticare?

Per tante cose da dimenticare, le uniche due cose positive sono avvenute a fine anno con una nuova situazione personale che mi ha dato stabilità e finalmente il ritorno in casa di una Suzuki, il mio primo amore.

Nel 2014 e 2015 hai sempre alternato competizioni irlandesi e italiane alla ricerca della miglior performance, mentre nel 2016 ti sei completamente dedicato a quelle estere. Sono stati anni difficili?

Il 2014 è stato forse l’anno più difficile: dal 2013 stavo cercando di fare ancora più gare in Irlanda ma per un motivo o per l’altro ho dovuto desistere. Questo sembrava l’anno buono: una buona Cookstown dove nella gara “B” avevo visto posizioni decenti, una Tandragee con il mio miglior crono in qualifica che mi dava tante aspettative, una Northwest che mi ha visto tirare ogni centimetro e nuovamente “venire adottato” dal gruppo di Stefano Bonetti, poi è finito tutto nuovamente per motivi personali. Sono poi tornato in Italia e ho fatto un paio di gare del CIVS, ho trovato la forza di continuare nonostante alcune brutte storie e da li in poi non mi sono più fermato. Ho potuto fare un grande 2015 con ben 6 gare in Irlanda: Cookstown, Tandragee, Kells, Walderstown, Faugheen e Killalane; poi una salita in Italia, un paio di pistate e una decisa esplosione per ciò che riguarda amicizie e divertimento. Dal punto di vista agonistico, finora è stato l’anno più bello: il primo punto conquistato a Kells, gara famosa per i Jumps, mi ha riempito di orgoglio e i progressi si sono via via fatti sentire durante la stagione. Per un po’ ho anche pensato fosse possibile iniziare a pensare al ManxGP, cosa che tutt’ora purtroppo risulta un po’ fuori dalle mie possibilità. È stato molto bello portare in quelle gare il numero 613 in memoria di Davide, un ragazzo della salita con cui ho diviso alcune cose, compreso il mio Suzuki del 2006, che purtroppo è scomparso prematuramente. 

Ogni anno comunque diventa più dura, sia a livello economico che di tempo, nel 2016 ho dovuto centellinare ogni uscita e ogni gara, sembrava già che tutto quanto di buono fatto nel 2015 stesse per svanire, ho provato a raccogliere ogni esperienza e “sopravvivere” un altro anno in attesa di tempi migliori. Il momento più importante dell’anno è stato l’esordio a Dundrod, il tracciato dell’UlsterGP: sfortunatamente non ho fatto neanche un giro con le gomme da asciutto e non ho potuto godermi il tracciato più veloce del mondo, spero proprio di avere maggior fortuna il prossimo anno!

La tua GSXR 600 allestita dal mitico Falaschi che modifiche ha subito per la preparazione a questo genere di competizioni?

Il mio mezzo è praticamente di serie, sostituite carene, scarico, guarnizione di testa e aggiunto un modulo della centralina, spero a fine anno di poter comprare delle sospensioni decenti perché ho ancora quelle di serie e iniziano a cedere soprattutto sul veloce, quindi non si può proprio dire che sia allestita, mi segue Paolo, il proprietario un officina di Rosignano sede anche del Motoclub di cui fa parte Falaschi, in genere però della moto ce ne prendiamo cura in garage con mio padre e mio fratello, alle gare invece vado da solo e vengo sempre aiutato dagli altri piloti, alcuni divertiti, altri commossi da vedere questo pellegrino che ogni  anno carica tutto su un furgoncino e va a prendersi un sacco di acqua e freddo per venire a correre li tutto da solo con grandi difficoltà.

Quando la gente ti chiede “come fai a correre là alle road race?” tu che rispondi?

Tanta dedizione e voglia, non ho particolari doti di velocità, non ho un sacco di soldi, ma ho una testa  dura che più si trova davanti problemi e ostacoli e più ci gode a superarli, la mia vita è fare quelle gare, non devo spiegare o giustificarmi con nessuno per quello che faccio, chi vuole essere dalla mia parte è benvenuto. Spero sempre che altri italiani si uniscano a queste mie avventure o indipendentemente vadano a correre, per cercare di aiutare nel mio piccolo ho realizzato un piccolo appunto con tutta la documentazione necessaria e altre informazioni utili, l’ho pubblicata tra le note della mia pagina di Facebook spero davvero che qualche italiano forte faccia vedere agli irlandesi il vero livello dei piloti del CIVS.

Quanto è difficile trovare sponsor per correre in queste competizioni?

Finora non ne ho mai avuti, ho sempre fatto con le mie risorse, però ogni anno è più difficile quindi forse un giorno dovrò cedere al fatto che non posso fare tutto da solo, il problema a questo punto diventa che non sei più totalmente autonomo, in più gli sponsor sono roba da piloti, io non mi sono mai definito tale.



Nel 2017 che competizioni pensi di fare? Hai qualche pronostico?

La situazione per il 2017 è un po’ critica, a livello organizzativo le Road Race stanno vivendo un periodo molto incerto: problemi con le assicurazioni locali stanno facendo saltare alcuni eventi, per ora sono certo di disputare solo le prime due gare a Tandragee e Cookstown con una moto non mia, sarà molto interessante! Poi dopo il TT saprò se questa moto è ancora disponibile o dovrò nuovamente armarmi di pazienza e viaggiare i soliti tre giorni col mio furgoncino per riuscire a partecipare alle gare di Armoy e Ulster; nel mezzo di tutto ciò farò quanto più gare possibili del CIVS, quest’anno sembra proprio che dovrò improvvisare!

Le corse su strada affascinano, ti seducono, ti attraggono come una donna bellissima. La vorresti tutta per te ma devi sempre dare il 120% per raggiungerla. Le road race sono così e Dario pur di frequentarle passerà l’intera stagione all’insegna della improvvisazione, perché ogni lasciata è persa.